Orto e Zen /1

Chiariamo un cosa: non è l’orto in se stesso ad essere Zen. E forse nemmeno l’azione di farlo, il vangare lo zappare il piantare, è Zen. No in effetti credo che l’esperienza Zen sia guardare l’orto crescere. E comincia dal principio da quando guardi un pezzo di terra, un campo di erbacce duro e incolto e lo “vedi” come sarà.

Veramente quando ho scelto quel luogo accosto alla casetta che ho preso in affitto nei pressi di Manciano in Maremma, non sapevo ancora nulla di orti e di zen, ma ricordavo qualche passo del De Agri Coltura di Catone il Censore che intorno al 160 AC dava consigli a suo figlio ed ai Romani su come si struttura la villa (fattoria) i campi intorno, grano, ulivi e viti. Per me c’era solo un orto da progettare, ma a parte le dimensioni tutto il resto tornava: orientamento, tipo di terreni, attenzione all’umidità e al vento prevalente e anche quelle rarefatte indicazioni che hanno a che fare con il Genus Loci, i segni del cielo e della terra che sapevan bene interpretare gli Aruspici Etruschi così di casa in Maremma.

E subito avevo individuato quel pezzo di terra con quella grande quercia isolata, unica risorsa d’ombra per le pecore al meriggio e, verso sud, in leggera pendenza per far defluire le acque in eccesso, uno spazio adeguato non troppo distante dalla casa, ma vicino al deposito dell’acqua che scendeva in un tubo da una non lontana sorgente sulla collina. Individuato il luogo si trattava di recintarlo e non potendolo fare con un muro, come consigliavano Catone e anche i frati Benedettini che di orti chiusi eran maestri, mi contentai di una rete resistente agli assalti dei cinghiali e dei cervi e interrata abbastanza da dissuadere il tasso e l’istrice che da queste parti chiamano la spinosa grande flagello di orti e giardini.

A far la buca per interrare mezzo metro di rete chiamai una scavatrice che come si faceva un tempo tracciò tutto intorno i confini dell’orto lasciando dentro anche la quercia e già che c’era dissodò in profondità tutto il terreno all’interno facendo un sovescio che nessuna vanga né aratro avrebbero potuto fare. E mi sembrò grandissimo questo spazio che poi divisi in rettangoli per le colture basse come insalate e cavoli orientati per la lunghezza da est a ovest per prender bene il sole. E più in là orientati verso sud, perché una parte non restasse in ombra, i solchi per i rampicanti come fagioli e pomodori sostenuti dalle canne.

Ma prima di arrivare a piantar questa parte dell’orto dovetti far passare tutto l’inverno contentandomi di qualche cavolo e poche insalate. Ma finalmente venne la primavera e la quercia rimise le foglie e alle soglie dell’estate l’orto cominciò a riempirsi: da una parte zucche e zucchini dall’altra angurie e meloni nel mezzo i pomodori salivano sulle canne come i fagiolini lunghi e lunghissimi. Trovai anche il posto per le fragole per i peperoni dolci e per quelli piccanti e per le bellissime melanzane.

Da sotto la quercia guardavo l’orto crescere e già vedevo i nuovi impianti e l’orto dell’anno dopo. Il tempo sembra passare lento nell’orto, ma ogni giorno c’è una foglia in più, un colore che cambia. E in un attimo tutto matura. Gli zucchini si allungano i pomodori diventano rossi le melanzane nere e i peperoni gialli. Come i monaci coltivi l’orto nel silenzio e poi ne apprezzi i frutti. Il tempo scorre e tu galleggi tra passato e futuro vedendo l’orto crescere. Senza fretta senza noia. Veramente molto Zen.

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