Occhio al gusto

Una mia amica che scrive per un Blog di buoni consigli enogastronomici mi ha chiesto di raccontarle qualche mia esperienza raccolta in giro per il mondo quando andavo per guerre o per quei posti improbabili che propongono cibi impossibili. Da vecchio reduce le ho narrato di quella volta che me ne andai in Eritrea per TG2 Dossier.

Era il novembre dell’84 e nel Corno d’Africa imperversavano Carestia e Guerra. Dal Tigrè, raccontava la BBC, si stava spostando un milione di disperati assetati in cerca di acqua verso il Nilo. Ma in quella zona dell’Etiopia non si poteva entrare perché Menghistu (il Negus Rosso) faceva la guerra contro i ribelli Eritrei. E proprio con il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo, di duro orientamento Maoista, presi contatti a Roma e dopo un rocambolesco viaggio su un Cesna pilotato da un inglese ubriaco da Kartoum a Port Sudan scendemmo fino in Eritrea con le Toyota del Fronte. Eravamo in 2, io e l’operatore e il viaggio fu lungo e polveroso.

Arrivammo finalmente in quella che i nostri accompagnatori chiamavano la Guest House. Era una lunga caverna in parte naturale in parte scavata nella roccia che all’occasione, rara, serviva per accogliere gli ospiti, ma che solitamente dava ricovero alle sparute capre del circondario e ne portava inequivocabili tracce. L’accoglienza fu calorosa e dopo 36 ore di viaggio fu bello poterci sciacquare la faccia in una bacinella smaltata che aveva visto tempi migliori.

Poi andammo a tavola ed era un tavolaccio lungo con delle panche dove avevan preso posto i capi militari della zona ancora con le giberne addosso ornate di bombe a mano e proiettili del Kalashnikov che tenevano appoggiato a terra tra le gambe. Qualche scambio in inglese stentato col capo in testa seduto davanti a me, alto e magro col suo profilo grifagno e con i denti lunghi e scomposti ma bianchissimi. Sulla tavola non c’erano piatti né posate. Solo qualche tazza di metallo qua e là e brocche per l’acqua.

Poi arrivò il pasto. Era una bacinella più grande di quella di prima ma egualmente sbrecciata e dal colore incerto. Fu appoggiata al centro proprio di fronte a me. Era piena fino all’orlo di una brodaglia rossa nella quale galleggiavano una trentina di occhi di capra che ci fissavano sghembi. L’entusiasmo dei presenti si manifestò con urla e risate e con quelli che sembravano incitamenti agli ospiti ai quali era evidentemente riservato il primo gesto.

Fu il capo a venire in soccorso delle nostre perplessità. Allungò il braccio sulla bacinella e tenendo il gomito alto abbassò tre dita nel liquido, come il gancio di una gru strinse le dita intorno all’occhio e tirò su mostrandoci che appeso alla pupilla c’era anche tutto il bulbo oculare, come un gomitolo allungato di nervetti bianchi. Sempre col gomito bene alzato ruotò le tre dita verso la bocca che teneva spalancata verso l’alto e ci calò dentro occhio e bulbo gocciolante e cominciò a masticare tra l’apprezzamento degli astanti.

E adesso toccava a me. Allungai il braccio. Alzai il gomito. Affondai le tre dita nella broda calda. Acchiappai l’occhio che mi sembrò scivoloso e un po’ freddino e me lo portai fino alla bocca. Non so se chiusi gli occhi, forse no, perché ricordo ancora tutti quegli occhi che guardavano verso di me. Gli occhi dei guerriglieri intorno e gli occhi di capra dalla bacinella. Ci fu un momento di sospensione mentre la mia mano sgocciolava col suo carico sulla mia bocca spalancata. E poi tra urla e sghignazzi masticai quell’occhio che fece un piccolo schianto e mi riempì la bocca di uno strano sapore. Non so dire se fosse buono o cattivo. Era sicuramente strano. Ma a quel tempo e ancora adesso penso che se qualcosa è buono per un uomo è buono anche per me.

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